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In che senso?

Non c'era bisogno di andare così nell'intimo

L’ulteriore dimostrazione che l’Italia si merita qualcosa di meglio. Qua potremmo arrivare ai livelli delle battute su Kakà quando fu acquistato dal Milan.

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Iran atomico

L'Onda Verde, occasione sfumata

La AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) ha rilasciato Martedì 8 Novembre un rapporto: il regime iraniano potrebbe creare un’arma atomica nel giro di tre mesi. Non si tratta di una bomba “sporca”, ovvero di un ordigno ordinario imbottito di materiale radioattivo, ma di una vera e propria testata nucleare. L’Iran è anche firmatario e ha ratificato il NPT (Non Proliferation Treaty), che impedisce la costruzione di armi nucleari e che pone le basi per lo smantellamento di quelle già esistenti, ma una violazione in tal senso dei trattati non comporta sanzioni automatiche, che se vogliono essere imposte devono comunque passare per il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

 

I funzionari dell’AIEA inviati sul territorio persiano pare abbiano ritrovato prove di esperimenti condotti in preparazione di un vero e proprio test atomico sotterraneo, come quelli condotti dal regime nord coreano, infatti Pyongyang e Teheran sono in stretto contatto da qualche tempo e si sono appoggiati a vicenda sia tecnicamente che politicamente in questi anni. Gli stessi inviati della AIEA hanno rinvenuto attrezzature e prove di test condotti a solo scopo militare negli stabilimenti iraniani, nonostante si ritiene che la maggior parte del programma nucleare sia tenuto segreto in basi sotterranee sparse nel sottosuolo. In sostanza è possibile trattare l’Iran già come una potenza atomica.

(Continua su iMille)

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Uno stato

Il 18 Ottobre il sergente israeliano Gilad Shalit è stato liberato da Hamas dopo cinque anni di prigionia, in cambio saranno liberati 1027 detenuti palestinesi dalle carceri israeliane.

Shalit, catturato il 25 Giugno 2006, era entrato nell’ Idf  (Israel Defense Forces) a soli 18 anni, poco dopo essere stato arruolato, mentre si trovava di pattuglia con dei compagni sul confine fra Gaza ed Israele venne attaccato alle spalle da guerriglieri palestinesi, che avevano scavato un tunnel sotto la barriera costruita sul confine. Il bilancio fu di due soldati morti, tre feriti e la cattura del giovane sergente.

Tre giorni dopo l’attacco l’esercito israeliano tentò un’operazione di salvataggio, che finì molto male, infatti vennero uccisi cinque soldati israeliani e 277 palestinesi, senza arrivare alla liberazione di Shalit. Hamas chiese, in cambio dell’israeliano, la liberazione di tutte le donne e i minorenni detenuti dagli israeliani, Tel Aviv rifiutò la proposta.

Nel Luglio 2006 Hamas alzò la posta in gioco richiedendo la liberazione di 1000 detenuti palestinesi, ma le prime notizie su Shalit arrivarono solo nel Giugno 2007, quando venne inviata un’ audio-cassetta su cui il sergente aveva registrato una richiesta di scambio. Poi buio assoluto fino al 2009, infatti il prigioniero non fu mai visto nemmeno dalla Croce Rossa, quando, in cambio di 20 detenute palestinesi, fu rilasciato un video di Shalit.

E’ difficile dire con precisione quando sono cominciati i dialoghi veri con Hamas per il raggiungimento di un accordo, ma oggi sappiamo che un accordo c’è. Infatti la prima tranche di prigionieri palestinesi, 477, ha raggiunto Ramallah il giorno stesso della liberazione del soldato israeliano. L’ Egitto sarà garante dell’arrivo degli altri 550 palestinesi entro la metà di Dicembre, e possiamo essere sicuri che lo scambio avverrà senza troppi intoppi.

La sicurezza di questa affermazione deriva dal fatto che Netanyahu, grazie a questo accordo, risulta essere il doppio vincitore dello scambio. Potrebbe sembrare un cedimento del premier israeliano, e un passo ulteriore verso la pace arabo-israeliana, ma così non è.

Nel Gennaio 2006 Hamas vinse le elezioni a Gaza con il 44% dei voti, si erano presentati al voto come una forza riformatrice, che avrebbe abbattuto il wasta. Questa parola, che letteralmente significa connessioni, a Gaza ha il particolare significato di clientelismo, affare assai noto a noi italiani. Ovviamente il wasta  è continuato anche dopo l’elezione di Hamas, e oggi, grazie all’indice di povertà del 40% e alla disoccupazione imperante (50%), il gradimento del partito è sceso ai minimi storici (28%).

Gaza non si sente ben governata, anzi, con una popolazione di 1,6 milioni di abitanti che raddoppierà nei prossimi 20 anni, e con la densità più alta del mondo, rischia di diventare una bomba ad orologeria. Perciò chi meglio di Hamas, che può contare su guerriglieri armati e addestrati, può gestire eventuali disordini e tumulti a Gaza? Nessuno, infatti l’intrafada, ovvero i disordini fra i palestinesi stessi, fa più morti degli scontri arabo-israeliani.

Nella West Bank, invece, Abbas stava aumentando la propria popolarità soprattutto grazie alla richiesta, poi naufragata, del riconoscimento di uno stato palestinese all’Onu. Con i riflettori puntati su di sè, con un progetto concreto per arrivare alla two-state solution e con Hamas che perdeva terreno e potere a Gaza, Israele si sentiva come intrappolato in gabbia.

Come si potrebbe fare per ribaltare la situazione a proprio favore? Semplice, uno scambio di prigionieri. Infatti quasi tutti i detenuti rilasciati da Israele sono di Gaza, il timing è quantomeno sospetto, considerando che a breve si terranno le nuove elezioni nella striscia, sempre che Hamas lo voglia. Così facendo Netanyahu ha guadagnato consensi in patria, regalandosi uno spazio di manovra più ampio, molto probabilmente ha salvato Hamas, e come è facile intuire non può esistere una Palestina senza Gaza che rappresenterebbe l’unico sbocco sul mare per lo stato palestinese, e ha sgonfiato Abbas, rendendolo più debole agli occhi della comunità internazionale.

Blair sta pressando israeliani e palestinesi affinchè si mettano attorno ad un tavolo e ricomincino i dialoghi per il raggiungimento della two-state solution. Ma in questo momento il governo israeliano ha ordinato la costruzione di 2610 appartamenti a Givat Hamatos, nella parte sud-est di Gerusalemme, ovvero la parte più palestinese della città, sigillando così il suo confine a sud con il resto della Palestina. La cecità dell’ex premier inglese, vera o simulata, riguardo a questa decisione è semplicemente allucinante.

Tagliare fuori Gerusalemme dallo stato palestinese ha lo stesso risultato di separare la striscia di Gaza dalla West Bank: niente stato palestinese. Perciò è lampante che l’obiettivo di Netanyahu è quello classico della one-state solution, e sempre più spesso si possono trovare commenti e analisi su come poter far funzionare il meglio possibile questa soluzione, come se fosse già predeterminato che Israele ingloberà al suo interno i territori palestinesi. Di certo il lavoro del premier israeliano sarà sempre più facile d’ora innanzi ed effettivamente la possibilità di creare uno stato palestinese autonomo è sempre più lontana.

Sarebbe necessario prendere di petto la questione e obbligare gli israeliani a scendere a compromessi, ma come sarebbe possibile farlo senza l’uso della forza? Anche questa risposta è molto semplice, infatti le esportazioni israeliani sono per il 65% dirette verso Europa e Stati Uniti, un blocco economico, che come è ben noto non costituisce uso della forza per le Nazioni Unite, costringerebbe Netanyahu a confrontarsi con la realtà e a dover accettare qualche compromesso con i propri vicini. Questo bisognerebbe farlo prima che Israele abbia la possibilità di differenziare il proprio commercio estero, considerando che già oggi la quota di esportazioni verso i nostri mercati è calata di un 40% rispetto ai livelli di 10 anni fa.

Se nessuno deciderà di prendere in mano la situazione il risultato scontato sarà quello di uno stato israeliano sempre più grande, e ciò minerebbe alle fondamenta la sicurezza della regione, poichè Iran e Turchia non vorranno sicuramente rimanere a guardare mentre Israele ingloba la Palestina.

Divide et impera si diceva una volta, dividi e domina si dice oggi, ma il risultato è sempre lo stesso e Netanyahu lo sa fin troppo bene.

(Pubblicato su iMille)

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Toon bobble

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Riflessioni dal wc

Capita spesso che, di mattina o di sera, riguardando le notizie mentre mi trovo in posizioni poco nobili venga colto da problemi esistenziali e spesso piuttosto complessi. Perchè non farci una rubrica?

Voglio cominciare con una domanda che mi sono posto frequentemente nell’ultimo periodo, perchè in tutto il mondo si sta protestando? O meglio, perchè oggi sì e nel 2008 no? In fondo la crisi del 2008 è stata strutturale e profonda per quasi tutto il pianeta, mentre oggi a parte pochi paesi europei non ci sono troppi problemi economici.

La risposta che mi sono dato è che sia diventato “cool” protestare, contro cosa di preciso non è dato saperlo, visto che gli americani vorrebbero una gestione della federazione più “europea”, mentre da noi si protesta proprio contro le istituzioni più europee come la Bce. Insomma piazza Tahrir, Puerta del Sol, Zuccotti Park e Piazza S. Giovanni sono diventati il place to be.

Sia chiaro che questo non è male nè bene, semplicemente fa figo un casino twittare da Zuccotti Park e fare il check in su Facebook da Piazza S. Giovanni, almeno, forse, si svilupperà più interesse su certi temi e chi è veramente intenzionato a fare qualcosa potrebbe approfittarne e cavalcare l’onda, ma attenzione, perchè in questo mondo così veloce inevitabilmente sarà corta.

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Come distruggere un mito

"Oh fico la maschera di V per andare in piazza a protestare!"

6,99 $ per la maschera di Guy Fawkes. Sul serio?

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Erdoganite

L’uomo del momento è sicuramente lui, Recep Tayyp Erdogan, il primo ministro turco, ma presto potrebbe diventare qualcosa di più. Ma andiamo per gradi.

Tutti ci ricordiamo la tragedia della Mavi Marmara il 31 Maggio scorso che ha portato Ankara a rompere le proprie relazioni diplomatiche con Israele, almeno formalmente, e da allora in Medio Oriente è successo di tutto. Infatti lo scoppio della primavera araba, su cui molti hanno provato a mettere il cappello, fra cui Obama, Ahmadinejad e l’UE, ha trovato il suo padrino “preferito” proprio in Erdogan, che con un viaggio in Nord Africa ha visitato tutti i paesi toccati dalla rivolta.

Soprattutto gli egiziani, la cui situazione al momento è abbastanza ambigua, potrebbero subire un forte avvicinamento alla Turchia, infatti le tensioni creatisi con Israele nell’ultimo periodo, la latitanza apparente degli Stati Uniti e la latitanza di fatto dell’Unione Europea stanno spingendo l’Egitto fra le accoglienti braccia di Erdogan.

E’ necessario anche aggiungere la rivolta siriana, infatti il primo ministro turco sta accogliendo a braccia aperte i profughi provenienti dalla Siria, e ad oggi se ne contano ancora più di 7 mila su suolo turco. Per non parlare dell’annuncio di un avvio di sanzioni unilaterali turche sul regime di Assad, non solo, ma ha anche ospitato la formazione di un Consiglio Nazionale di transizione siriano.

Questo cambio di politica estera brusco e repentino ha portato Assad a minacciare l’attacco di Tel Aviv, e questo non farà altro che spingere sempre più gli avvenimenti in direzione favorevole alla Turchia, che non ha intenzione di limitarsi ad assumere una posizione predominante in Medio Oriente, ma sta allungando i propri tentacoli anche sui Balcani.

"Occhio al gradino"

Il 30 Settembre Erdogan si è recato a Skopje, in Macedonia, per celebrare l’apertura di un nuovo terminal dell’aeroporto, pagato da soldi turchi, e il primo ministro nazionalista Gruevski l’ha accolto a braccia aperte, nonostante sia chiaro che se i turchi, come è loro desiderio, aumentassero la propria presenza in Macedonia, potrebbero tranquillamente dominarla economicamente. Insomma al premier macedone va benissimo essere controllato come un burattino da Ankara, ma lotta come un leone quando si tratta di difendere il nome della Macedonia per l’ingresso in Unione Europea.

Un neo ottomanesimo soft quello di Erdogan, che per ora si sta rivelando la strategia vincente per il futuro. Infatti i forti legami economici creati con vari stati nella zona balcanica, che presto verranno integrati nella zona euro, permetteranno alla Turchia un accesso privilegiato alla valuta europea e in men che non si dica il suo potere nella zona Medio orientale crescerebbe smisuratamente. A quel punto l’unico via, per Unione Europea e Stati Uniti, di accedere al Medio Oriente sarebbe un ponte tramite Ankara.

Per evitare tutto ciò sarebbe necessario riavviare al più presto, i dialoghi per l’ingresso della Turchia in Unione Europea, scavalcando, se necessario, la regola dell’unanimità, siccome la Germania difficilmente cambierà idea sul veto all’ingresso dello stato turco nell’unione. Così facendo si avrebbe un maggiore controllo su Erdogan e la sua politica estera, permettendo così all’Unione Europea di avere un accesso privilegiato in tutto il Medio Oriente.

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Ad Perry

Beh…il video parla da solo. Salvo imprevisti, stasera ad Orlando al dibattito repubblicano, domani potremmo avere il candidato presidenziale repubblicano per le elezioni del 2012.

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Napoli val bene una messa

Smarasmack!

 

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Siria

Vicoli bui dai lampioni spaccati per confondere i cecchini, pali divelti e auto ribaltate a formare barricate, persone prelevate dai propri letti dalla polizia segreta, spari sulla folla manifestante, carrarmati che sparano sulle case, ospedali improvvisati, feriti ammazzati nei loro letti d’ospedale, corpi scaricati dalla nettezza urbana nelle fosse comuni, traffico illegale di organi, scuole utilizzate come prigioni, ragazzi incatenati al muro perchè rischiano il suicidio dopo che gli hanno tagliuzzato lo scroto con lame da barba e inserito elettrodi sotto le unghie per dar loro la scossa, oltre 2600 morti.

Eppure ogni giorno, in qualche zona del paese, la gente, quasi tutti giovani, scende in piazza, unita da una parola, che è anche l’agognata meta, il Graal, il desiderio, il sogno, la speranza, ma soprattutto un diritto:

Libertà

E qualcuno ancora sostiene che non esistono guerre giuste, da combattere.

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