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Bund robbery

"Iiiihhh che impressione" tratta da Zimbio

20 miliardi di €. Tanto è l’ammontare del risparmio tedesco sul rifinanziamento del proprio debito, grazie a questa crisi, dal 2009 ad oggi. In sostanza non ci sarà un interesse tedesco a risolvere la questione dei debiti sovrani europei, almeno fino a che, come sta già avvenendo, i mercati non inizino ad attaccare anche a loro.

Se vi chiedevate come mai nessun paese a rischio fallimento ha spaventato i tedeschi prima del peggioramento della crisi italiana questa è la risposta: a loro conveniva. Ovviamente un crollo dell’Italia comporterebbe un crollo per tutto la zona €uro, per questo siamo osservati molto da vicino.

Della Grecia, quindi, non ha mai fregato molto a nessuno, lo stesso anche per Spagna, Irlanda e Portogallo. Lungimiranza allo stato puro questi tedeschi tanto decantati. Sarà, ma forse scordiamo che anche loro sono molto lontani dal pareggio di bilancio, e che il loro debito è il più alto, in termini nominali, d’Europa.

Perciò diventare più tedeschi non è la risposta, ma trovare la propria strada senza divinizzare modelli altrui, e creandone uno proprio, ci permetterà di trovare la luce in fondo al tunnel.

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SENZA SOLDI, SENZA FUTURO E… SENZA PETROLIO

Lavori in corso

Come tutti sappiamo la Grecia è in un mare di… guai.

Non può finanziarsi sui mercati, tradotto in parole povere nessuno è disposto a finanziarla comprando i suo titoli di stato e per questo sta ricevendo pacchetti di aiuti da miliardi di euro da parte del trio delle meraviglie Ue-Bce-Fmi.

Ovviamente i regali confezionati con affetto dal trio delle meraviglie non sono un gentile omaggio della casa e vengono concessi in cambio di “riforme strutturali”  che dovrebbero rimettere in “salute” il Paese e aiutarlo a riprendere la “via della crescita”.

Come ciliegina finale sulla torta adesso nessuno vuole più vendere il petrolio ai nostri cari amici greci.

I traders petroliferi dichiarano che le loro compagnie non possono fare affari con i greci perchè è troppo rischioso e  nessuna banca è disponibile a finanziare accordi con loro.

Ma nel momento del bisogno è arrivata una mano da chi meno te lo aspetti, ovvero l’Iran.

Peace&oil

Ovviamente la fortuna è cieca ma la sf..ortuna ci vede benissimo e a complicare la situazione, già di per sè tragica per i greci, ci hanno pensato gli ultimi eventi che hanno visto come protagonisti l’Iran, il nucleare e l’Aiea.

Dopo l’ultimo rapporto dell’Agenzia internazionale per energia atomica sul paese guidato da Ahmadinejad, la Commissione europea pare intenzionata ad inasprire le sanzioni contro il paese iraniano allargandole anche all’esportazione del greggio.

Se a questo aggiungiamo il fatto che Ue e USA stanno facendo pressioni affinchè la Grecia smetta di rifornirsi di petrolio presso gli unici che sono disposti a venderglielo, allora i greci devono prepararsi a restare non solo senza petrolio, ma anche al buio, al freddo e a piedi dato che ormai non hanno neanche i soldi per permettersi  una bicicletta.

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Toon bobble

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Riflessioni dal wc

Capita spesso che, di mattina o di sera, riguardando le notizie mentre mi trovo in posizioni poco nobili venga colto da problemi esistenziali e spesso piuttosto complessi. Perchè non farci una rubrica?

Voglio cominciare con una domanda che mi sono posto frequentemente nell’ultimo periodo, perchè in tutto il mondo si sta protestando? O meglio, perchè oggi sì e nel 2008 no? In fondo la crisi del 2008 è stata strutturale e profonda per quasi tutto il pianeta, mentre oggi a parte pochi paesi europei non ci sono troppi problemi economici.

La risposta che mi sono dato è che sia diventato “cool” protestare, contro cosa di preciso non è dato saperlo, visto che gli americani vorrebbero una gestione della federazione più “europea”, mentre da noi si protesta proprio contro le istituzioni più europee come la Bce. Insomma piazza Tahrir, Puerta del Sol, Zuccotti Park e Piazza S. Giovanni sono diventati il place to be.

Sia chiaro che questo non è male nè bene, semplicemente fa figo un casino twittare da Zuccotti Park e fare il check in su Facebook da Piazza S. Giovanni, almeno, forse, si svilupperà più interesse su certi temi e chi è veramente intenzionato a fare qualcosa potrebbe approfittarne e cavalcare l’onda, ma attenzione, perchè in questo mondo così veloce inevitabilmente sarà corta.

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LA CRISI DEL DEBITO IN EUROPA VISTA CON GLI OCCHI DI UN BAMBINO

Chi di voi da bambino non ha passato interi pomeriggi a giocare con i Lego?

A me piacevano perchè ci potevi costruire di tutto ( macchine, navi, castelli, aerei…) e soprattutto erano semplici da utilizzare.

Sulla loro semplicità ci ha giocato anche Micheal Cembalest che lavora  presso JP Morgan e ha utilizzato i Lego in un suo lavoro per spiegare la crisi del debito nell’Unione europea.

1. Spagna, Italia e il resto dei paesi alla “periferia” dell’euro pensano che la Banca Centrale Europea (BCE) dovrebbe acquistare obbligazioni (bond), evitare che la differenza di rendimento tra i vari titoli di stato dei diversi paesi aumenti (spread) e che sia dato loro più tempo per mettere in campo i loro piani di austerità. Il punto critico rimane l’Italia, con il suo debito pubblico uguale quasi a un quarto del suo prodotto interno lordo per il prossimo anno, al quale si aggiungono i 100 miliardi di euro di debito bancario. L’Italia ha già affrontato un piano di austerità negli anni Novanta, ma all’epoca c’era in gioco l’entrata nell’euro. In proporzione, però, il paese ha avuto una crescita più forte prima della moneta unica.

2. CDU, CSU e FDP sono i partiti di maggioranza nel Parlamento tedesco e ritengono che la Germania non dovrebbe fare più di quanto ha già promesso per aiutare l’economia dell’euro. Diverse correnti minoritarie al loro interno sono anche contrarie alla revisione dei piani dell’European Financial Stability Facility (EFSF), il fondo creato dai paesi che fanno parte dell’eurozona per darsi una mano a vicenda. I tre partiti spingono per riforme del lavoro e delle pensioni nei paesi della “periferia” dell’euro e si oppongono all’istituzione delle obbligazioni europee, che farebbe aumentare i loro tassi di interesse.

3. La Finlandia ha alzato la posta chiedendo che nella gestione dell’EFSF sia valutata l’esposizione dei singoli paesi nei confronti degli altri per quanto riguarda il debito. L’Olanda sembra intenzionata a fare altrettanto.

4. I Socialdemocratici e i Verdi sono partiti di minoranza nel Parlamento tedesco, ma se ci fossero elezioni anticipate, i sondaggi dicono che otterrebbero la maggioranza. Entrambi sono a favore dell’aumento dell’EFSF oltre i 400 miliardi di euro se necessario e potrebbero accettare un sistema fiscale europeo federale per preservare la moneta unica.

5. La Banca centrale tedesca tutela gli interessi fiscali e monetari della Germania e ha espresso più volte preoccupazione per il modo in cui è stata affrontata fino a ora la crisi. La Banca spinge per un impegno diretto da parte dei paesi dell’euro in difficoltà ad attuare piani di austerità e a riformare pensioni e mercato del lavoro.

6. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha per ora assunto un ruolo sostanzialmente passivo, prestando denaro e controllando i piani di austerità in Grecia che per ora stanno fallendo miserabilmente. Le recenti dichiarazioni del nuovo direttore Christine Lagarde potrebbero portare a un impegno diretto del FMI.

7. La Banca Centrale Europea sta comprando obbligazioni spagnole e italiane per modificarne i rendimenti e renderli più appetibili. Questo sistema non ha però funzionato in Irlanda, in Grecia o in Portogallo. Alla BCE non piace questo ruolo e pensa che i cittadini europei dovrebbero accollarsi il costo per la risoluzione della crisi.

8. Dopo aver insistito a lungo per entrare nell’euro, la Polonia ha rallentato la presa in attesa di capire chi si farà carico dei costi della crisi del debito. Il ministro delle Finanze polacco preme per l’acquisto di nuove obbligazioni da parte della BCE, per un aumento dell’EFSF e ha detto che la Polonia non si unirà all’euro fino a quando la moneta non sarà nuovamente stabile. Il problema dell’Europa secondo la Polonia è di tipo politico e non economico.

9. La Francia spera che la Banca Centrale Europea riesca a fare quello che non può fare l’EFSF. È a favore di un sistema fiscale federale, ma se venisse realizzato insieme a un allargamento dei fondi dell’EFSF, rischierebbe di veder modificato il suo rating tripla A.

10. I contribuenti europei dei paesi che se la cavano meglio verrebbero interessati direttamente dai tentativi per rendere “federali” i costi della crisi del debito in Europa, sia se venisse aumentato l’EFSF sia se venissero introdotte le obbligazioni europee (eurobond). Non a caso, buona parte delle frecce puntano verso di loro.

11. La Commissione europea e molti ministri dell’Economia europei sono a favore dell’acquisto di nuove obbligazioni da parte della BCE e di un sistema fiscale federale, ma con sfumature diverse. Sono contrari al progressivo controllo sulla situazione che stanno assumento Germania e Francia, ma probabilmente non hanno voce in capitolo a sufficienza per cambiare la situazione.

12. Fino a ora chi possiede obbligazioni e pacchetti azionari in Europa è stato agevolato dalla Banca Centrale Europea e dai contribuenti dell’Unione europea. C’è chi pensa che sarebbe venuto il loro turno di contribuire alla risoluzione della crisi.

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Erdoganite

L’uomo del momento è sicuramente lui, Recep Tayyp Erdogan, il primo ministro turco, ma presto potrebbe diventare qualcosa di più. Ma andiamo per gradi.

Tutti ci ricordiamo la tragedia della Mavi Marmara il 31 Maggio scorso che ha portato Ankara a rompere le proprie relazioni diplomatiche con Israele, almeno formalmente, e da allora in Medio Oriente è successo di tutto. Infatti lo scoppio della primavera araba, su cui molti hanno provato a mettere il cappello, fra cui Obama, Ahmadinejad e l’UE, ha trovato il suo padrino “preferito” proprio in Erdogan, che con un viaggio in Nord Africa ha visitato tutti i paesi toccati dalla rivolta.

Soprattutto gli egiziani, la cui situazione al momento è abbastanza ambigua, potrebbero subire un forte avvicinamento alla Turchia, infatti le tensioni creatisi con Israele nell’ultimo periodo, la latitanza apparente degli Stati Uniti e la latitanza di fatto dell’Unione Europea stanno spingendo l’Egitto fra le accoglienti braccia di Erdogan.

E’ necessario anche aggiungere la rivolta siriana, infatti il primo ministro turco sta accogliendo a braccia aperte i profughi provenienti dalla Siria, e ad oggi se ne contano ancora più di 7 mila su suolo turco. Per non parlare dell’annuncio di un avvio di sanzioni unilaterali turche sul regime di Assad, non solo, ma ha anche ospitato la formazione di un Consiglio Nazionale di transizione siriano.

Questo cambio di politica estera brusco e repentino ha portato Assad a minacciare l’attacco di Tel Aviv, e questo non farà altro che spingere sempre più gli avvenimenti in direzione favorevole alla Turchia, che non ha intenzione di limitarsi ad assumere una posizione predominante in Medio Oriente, ma sta allungando i propri tentacoli anche sui Balcani.

"Occhio al gradino"

Il 30 Settembre Erdogan si è recato a Skopje, in Macedonia, per celebrare l’apertura di un nuovo terminal dell’aeroporto, pagato da soldi turchi, e il primo ministro nazionalista Gruevski l’ha accolto a braccia aperte, nonostante sia chiaro che se i turchi, come è loro desiderio, aumentassero la propria presenza in Macedonia, potrebbero tranquillamente dominarla economicamente. Insomma al premier macedone va benissimo essere controllato come un burattino da Ankara, ma lotta come un leone quando si tratta di difendere il nome della Macedonia per l’ingresso in Unione Europea.

Un neo ottomanesimo soft quello di Erdogan, che per ora si sta rivelando la strategia vincente per il futuro. Infatti i forti legami economici creati con vari stati nella zona balcanica, che presto verranno integrati nella zona euro, permetteranno alla Turchia un accesso privilegiato alla valuta europea e in men che non si dica il suo potere nella zona Medio orientale crescerebbe smisuratamente. A quel punto l’unico via, per Unione Europea e Stati Uniti, di accedere al Medio Oriente sarebbe un ponte tramite Ankara.

Per evitare tutto ciò sarebbe necessario riavviare al più presto, i dialoghi per l’ingresso della Turchia in Unione Europea, scavalcando, se necessario, la regola dell’unanimità, siccome la Germania difficilmente cambierà idea sul veto all’ingresso dello stato turco nell’unione. Così facendo si avrebbe un maggiore controllo su Erdogan e la sua politica estera, permettendo così all’Unione Europea di avere un accesso privilegiato in tutto il Medio Oriente.

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ABC del voto sulla Palestina

Gnik gnik

Il 17 Settembre sarà il 33° anniversario dei famosi accordi di Camp David fra Sadat e Begin, a pochi giorni da questa ricorrenza, il 21 Settembre, Obama terrà un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per convincere i membri a votare contro la membership della Palestina.

Andiamo per gradi. L’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), al momento presente alle Nazioni Unite in veste di Organizzazione non governativa osservatrice, ha dichiarato che farà richiesta di piena ammissione come stato membro al Consiglio di Sicurezza (SC). Per essere ammessi è necessario che 8 membri del SC votino a favore della risoluzione, ma gli Stati Uniti hanno già dichiarato che porranno il veto, il che renderà impossibile il passaggio della risoluzione.

Finita qui? No, perchè a questo punto l’Anp farà richiesta di ammissione alle Nazioni Unite come membro osservatore, il che richiede un voto a maggioranza qualificata, 2/3, dell’Assemblea Generale, senza bisogno di passare attraverso il SC. 129 voti a favore è la cifra richiesta, e fino ad ora la risoluzione pare avere l’appoggio sicuro di 126 membri fra cui Cina, India, Russia, Egitto, Brasile e Spagna. Israele dalla sua parte, oltre agli Stati Uniti e alla ovvia Germania, ha Canada e Italia, a cui si aggiungerà probabilmente la Francia.

Ma cosa comporta questo voto? Se la Palestina dovesse diventare membro, anche solo con lo status di osservatore, avrebbe accesso a tutte le agenzie dell’Onu, compresa la Corte Penale Internazionale, così da poter intentare causa contro Israele. Da notare che non comporterà, come invece molti pensano e dicono, la creazione di uno stato palestinese. Infatti uno stato per essere tale deve avere un popolo che si autodetermini, il controllo del territorio sul quale si stanzia e deve essere indipendente, pertanto il riconoscimento non è elemento costitutivo di uno stato.

I territori palestinesi

Ora la Palestina, se passasse il voto, soddisferebbe solo il requisito del riconoscimento, che come abbiamo visto, non è costitutivo. Infatti la sua popolazione è divisa in varie zone:

Gaza: più di 1 milione di palestinesi vivono qui, sotto il controllo di Hamas, sono isolati dal resto dei territori palestinesi, e la minaccia di conflitti armati e le condizioni precarie in cui vengono mantenuti dagli israeliani non possono fare che radicalizzarli sempre di più e spingerli fra le braccia dell’Egitto.

West Bank: con 2,6 milioni di palestinesi è il maggiore indiziato per la creazione di uno stato palestinese, in realtà il 70% è sotto totale controllo israeliano, e la percentuale andrà aumentando prima di diminuire

Profughi: 5 milioni fra Giordania, Siria, Libano e  territori palestinesi. Non accetteranno mai nessuna proposta che non sia quella della scomparsa di Israele e la possibilità di ritornare nelle loro vecchie abitazioni.

Gerusalemme est: 300.000 palestinesi vivono qui e beneficiano dell’influenza israeliana, vivendo, quasi, come loro. Temono una radicalizzazione dell’Anp se si dovesse creare uno stato palestinese.

Israeliani: 1,3 milioni di palestinesi sono cittadini israeliani e vogliono rimanere tali, non hanno alcuna intenzione di perdere la loro cittadinanza e i loro privilegi, nonostante la discriminazione nei loro confronti sia abbastanza forte.

Perciò questo voto rischia di fare più male che bene alla causa palestinese, poichè metterebbe in risalto le grosse divisioni e contraddizioni che la contraddistinguono, facendo così, ancora una volta, il gioco di Israele. D’altronde è dai tempi della risoluzione 181 dell’Assemblea Generale del 1947 che si tenta di creare uno stato palestinese a tavolino per vie formali, e ogni volta si ha sempre fallito.

Infatti a guidare la storia non sono solo morale, etica e memoria, ma anche e soprattutto geografia, demografia, politica di potenza e denaro. Le Nazioni Unite non hanno assolutissimamente il potere di creazione di stati, che per diritto internazionale e anche nella Carta delle UN, si creano per autodeterminazione dei popoli. Così, nel ’47, Israele era pronto e creò lo stato senza troppi problemi, mentre i palestinesi non ci riuscirono.

La strada da cavalcare è indubbiamente la solita: due stati, confini pre ’67 e Gerusalemme divisa. Inoltre trascinare seriamente gli israeliani ad un tavolo per le trattative sarebbe stato molto facile se gli Stati Uniti, ma soprattutto, l’Europa unita avessero deciso di porre fine all’annosa questione.

Tutto questo poteva essere vostro

Israele dipende economicamente da Europa e Stati Uniti per il 70%, il che posto in prospettiva con l’odierna situazione medio-orientale, sarebbe stato più che sufficiente per costringere israeliani e palestinesi a trovare un’accordo. La realtà è che al momento l’Europa, divisa al suo interno e alle prese con la crisi del debito sovrano, latita e gli unici in grado di prendere in mano la situazione, gli Usa, si trovano anch’essi in una fase di crisi economica e politica.

Il futuro della Palestina è quindi tutto fuorché roseo, infatti Hamas continuerà ad acquistare peso ed importanza nella zona grazie alla possibilità di attuare attacchi a distanza coi razzi che possiedono, trascinare Israele alla Corte Penale Internazionale non farà altro che radicalizzare ancora di più la politica israeliana, già di stampo conservatore, se non reazionario.

Il rischio di un conflitto armato che potrebbe trascinare al suo interno anche Iran e Turchia è da mettere in conto e non sarebbe certo una scampagnata. Addirittura Maen Areikat, ambasciatore Anp negli Stati Uniti, ha proposto la creazione di uno stato palestinese jew-free, ovvero libero da ebrei. La cosa ricorda tremendamente la Germania nazista, e dimostra che in realtà anche l’Anp è spaventata dal voto all’Assemblea Generale, e la tensione porta spesso a dire stupidate.

Tornando alla risoluzione 181 del ’47, questa sosteneva sì la creazione di due stati separati, ma, al tempo stesso, di un’unione economica e monetaria delle due identità, che avrebbe obbligato i governi e i popoli a collaborare fra di loro, e rimane forse ad oggi l’unica soluzione plausibile, ma non per forza ancora perseguibile, al conflitto arabo-israeliano.

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