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Iran atomico

L'Onda Verde, occasione sfumata

La AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) ha rilasciato Martedì 8 Novembre un rapporto: il regime iraniano potrebbe creare un’arma atomica nel giro di tre mesi. Non si tratta di una bomba “sporca”, ovvero di un ordigno ordinario imbottito di materiale radioattivo, ma di una vera e propria testata nucleare. L’Iran è anche firmatario e ha ratificato il NPT (Non Proliferation Treaty), che impedisce la costruzione di armi nucleari e che pone le basi per lo smantellamento di quelle già esistenti, ma una violazione in tal senso dei trattati non comporta sanzioni automatiche, che se vogliono essere imposte devono comunque passare per il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

 

I funzionari dell’AIEA inviati sul territorio persiano pare abbiano ritrovato prove di esperimenti condotti in preparazione di un vero e proprio test atomico sotterraneo, come quelli condotti dal regime nord coreano, infatti Pyongyang e Teheran sono in stretto contatto da qualche tempo e si sono appoggiati a vicenda sia tecnicamente che politicamente in questi anni. Gli stessi inviati della AIEA hanno rinvenuto attrezzature e prove di test condotti a solo scopo militare negli stabilimenti iraniani, nonostante si ritiene che la maggior parte del programma nucleare sia tenuto segreto in basi sotterranee sparse nel sottosuolo. In sostanza è possibile trattare l’Iran già come una potenza atomica.

(Continua su iMille)

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Uno stato

Il 18 Ottobre il sergente israeliano Gilad Shalit è stato liberato da Hamas dopo cinque anni di prigionia, in cambio saranno liberati 1027 detenuti palestinesi dalle carceri israeliane.

Shalit, catturato il 25 Giugno 2006, era entrato nell’ Idf  (Israel Defense Forces) a soli 18 anni, poco dopo essere stato arruolato, mentre si trovava di pattuglia con dei compagni sul confine fra Gaza ed Israele venne attaccato alle spalle da guerriglieri palestinesi, che avevano scavato un tunnel sotto la barriera costruita sul confine. Il bilancio fu di due soldati morti, tre feriti e la cattura del giovane sergente.

Tre giorni dopo l’attacco l’esercito israeliano tentò un’operazione di salvataggio, che finì molto male, infatti vennero uccisi cinque soldati israeliani e 277 palestinesi, senza arrivare alla liberazione di Shalit. Hamas chiese, in cambio dell’israeliano, la liberazione di tutte le donne e i minorenni detenuti dagli israeliani, Tel Aviv rifiutò la proposta.

Nel Luglio 2006 Hamas alzò la posta in gioco richiedendo la liberazione di 1000 detenuti palestinesi, ma le prime notizie su Shalit arrivarono solo nel Giugno 2007, quando venne inviata un’ audio-cassetta su cui il sergente aveva registrato una richiesta di scambio. Poi buio assoluto fino al 2009, infatti il prigioniero non fu mai visto nemmeno dalla Croce Rossa, quando, in cambio di 20 detenute palestinesi, fu rilasciato un video di Shalit.

E’ difficile dire con precisione quando sono cominciati i dialoghi veri con Hamas per il raggiungimento di un accordo, ma oggi sappiamo che un accordo c’è. Infatti la prima tranche di prigionieri palestinesi, 477, ha raggiunto Ramallah il giorno stesso della liberazione del soldato israeliano. L’ Egitto sarà garante dell’arrivo degli altri 550 palestinesi entro la metà di Dicembre, e possiamo essere sicuri che lo scambio avverrà senza troppi intoppi.

La sicurezza di questa affermazione deriva dal fatto che Netanyahu, grazie a questo accordo, risulta essere il doppio vincitore dello scambio. Potrebbe sembrare un cedimento del premier israeliano, e un passo ulteriore verso la pace arabo-israeliana, ma così non è.

Nel Gennaio 2006 Hamas vinse le elezioni a Gaza con il 44% dei voti, si erano presentati al voto come una forza riformatrice, che avrebbe abbattuto il wasta. Questa parola, che letteralmente significa connessioni, a Gaza ha il particolare significato di clientelismo, affare assai noto a noi italiani. Ovviamente il wasta  è continuato anche dopo l’elezione di Hamas, e oggi, grazie all’indice di povertà del 40% e alla disoccupazione imperante (50%), il gradimento del partito è sceso ai minimi storici (28%).

Gaza non si sente ben governata, anzi, con una popolazione di 1,6 milioni di abitanti che raddoppierà nei prossimi 20 anni, e con la densità più alta del mondo, rischia di diventare una bomba ad orologeria. Perciò chi meglio di Hamas, che può contare su guerriglieri armati e addestrati, può gestire eventuali disordini e tumulti a Gaza? Nessuno, infatti l’intrafada, ovvero i disordini fra i palestinesi stessi, fa più morti degli scontri arabo-israeliani.

Nella West Bank, invece, Abbas stava aumentando la propria popolarità soprattutto grazie alla richiesta, poi naufragata, del riconoscimento di uno stato palestinese all’Onu. Con i riflettori puntati su di sè, con un progetto concreto per arrivare alla two-state solution e con Hamas che perdeva terreno e potere a Gaza, Israele si sentiva come intrappolato in gabbia.

Come si potrebbe fare per ribaltare la situazione a proprio favore? Semplice, uno scambio di prigionieri. Infatti quasi tutti i detenuti rilasciati da Israele sono di Gaza, il timing è quantomeno sospetto, considerando che a breve si terranno le nuove elezioni nella striscia, sempre che Hamas lo voglia. Così facendo Netanyahu ha guadagnato consensi in patria, regalandosi uno spazio di manovra più ampio, molto probabilmente ha salvato Hamas, e come è facile intuire non può esistere una Palestina senza Gaza che rappresenterebbe l’unico sbocco sul mare per lo stato palestinese, e ha sgonfiato Abbas, rendendolo più debole agli occhi della comunità internazionale.

Blair sta pressando israeliani e palestinesi affinchè si mettano attorno ad un tavolo e ricomincino i dialoghi per il raggiungimento della two-state solution. Ma in questo momento il governo israeliano ha ordinato la costruzione di 2610 appartamenti a Givat Hamatos, nella parte sud-est di Gerusalemme, ovvero la parte più palestinese della città, sigillando così il suo confine a sud con il resto della Palestina. La cecità dell’ex premier inglese, vera o simulata, riguardo a questa decisione è semplicemente allucinante.

Tagliare fuori Gerusalemme dallo stato palestinese ha lo stesso risultato di separare la striscia di Gaza dalla West Bank: niente stato palestinese. Perciò è lampante che l’obiettivo di Netanyahu è quello classico della one-state solution, e sempre più spesso si possono trovare commenti e analisi su come poter far funzionare il meglio possibile questa soluzione, come se fosse già predeterminato che Israele ingloberà al suo interno i territori palestinesi. Di certo il lavoro del premier israeliano sarà sempre più facile d’ora innanzi ed effettivamente la possibilità di creare uno stato palestinese autonomo è sempre più lontana.

Sarebbe necessario prendere di petto la questione e obbligare gli israeliani a scendere a compromessi, ma come sarebbe possibile farlo senza l’uso della forza? Anche questa risposta è molto semplice, infatti le esportazioni israeliani sono per il 65% dirette verso Europa e Stati Uniti, un blocco economico, che come è ben noto non costituisce uso della forza per le Nazioni Unite, costringerebbe Netanyahu a confrontarsi con la realtà e a dover accettare qualche compromesso con i propri vicini. Questo bisognerebbe farlo prima che Israele abbia la possibilità di differenziare il proprio commercio estero, considerando che già oggi la quota di esportazioni verso i nostri mercati è calata di un 40% rispetto ai livelli di 10 anni fa.

Se nessuno deciderà di prendere in mano la situazione il risultato scontato sarà quello di uno stato israeliano sempre più grande, e ciò minerebbe alle fondamenta la sicurezza della regione, poichè Iran e Turchia non vorranno sicuramente rimanere a guardare mentre Israele ingloba la Palestina.

Divide et impera si diceva una volta, dividi e domina si dice oggi, ma il risultato è sempre lo stesso e Netanyahu lo sa fin troppo bene.

(Pubblicato su iMille)

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Riflessioni dal wc

Capita spesso che, di mattina o di sera, riguardando le notizie mentre mi trovo in posizioni poco nobili venga colto da problemi esistenziali e spesso piuttosto complessi. Perchè non farci una rubrica?

Voglio cominciare con una domanda che mi sono posto frequentemente nell’ultimo periodo, perchè in tutto il mondo si sta protestando? O meglio, perchè oggi sì e nel 2008 no? In fondo la crisi del 2008 è stata strutturale e profonda per quasi tutto il pianeta, mentre oggi a parte pochi paesi europei non ci sono troppi problemi economici.

La risposta che mi sono dato è che sia diventato “cool” protestare, contro cosa di preciso non è dato saperlo, visto che gli americani vorrebbero una gestione della federazione più “europea”, mentre da noi si protesta proprio contro le istituzioni più europee come la Bce. Insomma piazza Tahrir, Puerta del Sol, Zuccotti Park e Piazza S. Giovanni sono diventati il place to be.

Sia chiaro che questo non è male nè bene, semplicemente fa figo un casino twittare da Zuccotti Park e fare il check in su Facebook da Piazza S. Giovanni, almeno, forse, si svilupperà più interesse su certi temi e chi è veramente intenzionato a fare qualcosa potrebbe approfittarne e cavalcare l’onda, ma attenzione, perchè in questo mondo così veloce inevitabilmente sarà corta.

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E ora?

E’ ormai ufficiale: Gheddafi è stato ucciso dai ribelli libici. Mi rifiuto di postare o anche solo linkare le immagini che lo ritraggono, tanto ormai sono ovunque.

Finalmente capiremo che cosa diventerà la Libia dopo il decesso del suo dittatore: democrazia?, stato fallito?, due stati?, un’altra dittatura? Non è dato saperlo.

L’importante è che i libici si rendano conto che la vera battaglia non è finita, ma è appena cominciata.

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Erdoganite

L’uomo del momento è sicuramente lui, Recep Tayyp Erdogan, il primo ministro turco, ma presto potrebbe diventare qualcosa di più. Ma andiamo per gradi.

Tutti ci ricordiamo la tragedia della Mavi Marmara il 31 Maggio scorso che ha portato Ankara a rompere le proprie relazioni diplomatiche con Israele, almeno formalmente, e da allora in Medio Oriente è successo di tutto. Infatti lo scoppio della primavera araba, su cui molti hanno provato a mettere il cappello, fra cui Obama, Ahmadinejad e l’UE, ha trovato il suo padrino “preferito” proprio in Erdogan, che con un viaggio in Nord Africa ha visitato tutti i paesi toccati dalla rivolta.

Soprattutto gli egiziani, la cui situazione al momento è abbastanza ambigua, potrebbero subire un forte avvicinamento alla Turchia, infatti le tensioni creatisi con Israele nell’ultimo periodo, la latitanza apparente degli Stati Uniti e la latitanza di fatto dell’Unione Europea stanno spingendo l’Egitto fra le accoglienti braccia di Erdogan.

E’ necessario anche aggiungere la rivolta siriana, infatti il primo ministro turco sta accogliendo a braccia aperte i profughi provenienti dalla Siria, e ad oggi se ne contano ancora più di 7 mila su suolo turco. Per non parlare dell’annuncio di un avvio di sanzioni unilaterali turche sul regime di Assad, non solo, ma ha anche ospitato la formazione di un Consiglio Nazionale di transizione siriano.

Questo cambio di politica estera brusco e repentino ha portato Assad a minacciare l’attacco di Tel Aviv, e questo non farà altro che spingere sempre più gli avvenimenti in direzione favorevole alla Turchia, che non ha intenzione di limitarsi ad assumere una posizione predominante in Medio Oriente, ma sta allungando i propri tentacoli anche sui Balcani.

"Occhio al gradino"

Il 30 Settembre Erdogan si è recato a Skopje, in Macedonia, per celebrare l’apertura di un nuovo terminal dell’aeroporto, pagato da soldi turchi, e il primo ministro nazionalista Gruevski l’ha accolto a braccia aperte, nonostante sia chiaro che se i turchi, come è loro desiderio, aumentassero la propria presenza in Macedonia, potrebbero tranquillamente dominarla economicamente. Insomma al premier macedone va benissimo essere controllato come un burattino da Ankara, ma lotta come un leone quando si tratta di difendere il nome della Macedonia per l’ingresso in Unione Europea.

Un neo ottomanesimo soft quello di Erdogan, che per ora si sta rivelando la strategia vincente per il futuro. Infatti i forti legami economici creati con vari stati nella zona balcanica, che presto verranno integrati nella zona euro, permetteranno alla Turchia un accesso privilegiato alla valuta europea e in men che non si dica il suo potere nella zona Medio orientale crescerebbe smisuratamente. A quel punto l’unico via, per Unione Europea e Stati Uniti, di accedere al Medio Oriente sarebbe un ponte tramite Ankara.

Per evitare tutto ciò sarebbe necessario riavviare al più presto, i dialoghi per l’ingresso della Turchia in Unione Europea, scavalcando, se necessario, la regola dell’unanimità, siccome la Germania difficilmente cambierà idea sul veto all’ingresso dello stato turco nell’unione. Così facendo si avrebbe un maggiore controllo su Erdogan e la sua politica estera, permettendo così all’Unione Europea di avere un accesso privilegiato in tutto il Medio Oriente.

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Walking on sunshine

Le donne sono sempre più spesso l’obiettivo principale dei programmi di cooperazione e sviluppo, e questi non sono mai andati meglio da quando si usa fare così. Se anche voi pensate che le donne africane si meritino il premio Nobel allora dovete correre a firmare l’appello on-line di NOPPAW. Perchè l’Africa cammina coi piedi delle donne.

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Siria

Vicoli bui dai lampioni spaccati per confondere i cecchini, pali divelti e auto ribaltate a formare barricate, persone prelevate dai propri letti dalla polizia segreta, spari sulla folla manifestante, carrarmati che sparano sulle case, ospedali improvvisati, feriti ammazzati nei loro letti d’ospedale, corpi scaricati dalla nettezza urbana nelle fosse comuni, traffico illegale di organi, scuole utilizzate come prigioni, ragazzi incatenati al muro perchè rischiano il suicidio dopo che gli hanno tagliuzzato lo scroto con lame da barba e inserito elettrodi sotto le unghie per dar loro la scossa, oltre 2600 morti.

Eppure ogni giorno, in qualche zona del paese, la gente, quasi tutti giovani, scende in piazza, unita da una parola, che è anche l’agognata meta, il Graal, il desiderio, il sogno, la speranza, ma soprattutto un diritto:

Libertà

E qualcuno ancora sostiene che non esistono guerre giuste, da combattere.

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Perchè noi no?

"Woof"

Smack

Light my fire

Carnevale

Ribadisco, pare carnevale

"Scusate agenti, sapreste indicarmi Via S. Allende?"

"When the Moon hits your eyes like a big pizza-pie..."

Rivolta giovane in Cile, passata in sordina, fra baci, vernice e lancio di pamphlet in parlamento per difendere la scuola pubblica. La domanda del titolo sorge spontanea: in Italia quando?

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IdentiRick

Sarà il tempo di Perry?

Il posto di candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 2012 ha un nome quasi certo: Rick Perry. Texano doc, governatore del medesimo stato, spalle larghe e risposta pronta sembra una copia, più sudista, di Ronald Reagan, ma secondo alcuni rischia di fare la fine di Barry Goldwater.

L’impostazione della campagna per le primarie è decisamente solida, infatti oltre ad aver ricevuto un assist importantissimo dal suo principale rivale, Mitt Romney, sulla sanità, fino ad ora è stato in grado di pilotare gli argomenti principali del dibattito nei campi a lui favoriti. Sulla sanità, Romney, ha dichiarato che la riforma sanitaria di Obama, la cosiddetta Obamacare, non può funzionare e così facendo si è tirato la zappa sui piedi, considerando che la riforma obamiana è ispirata in grandissima parte proprio dalla riforma sanitaria operata dal candidato in Massachussetts, ai tempi in cui ne era governatore.

Ovviamente Perry osteggia con vigore Obamacare, e in questo è ovviamente più credibile del suo diretto rivale, che si è trovato in un’altra brutta posizione trovandosi a difendere la Social Security, ovvero il programma di welfare americano, dagli attacchi del texano, che chiama il programma uno “schema Ponzi“. Ultimamente è stata rilanciata un’idea dell’epoca Bush, ovvero la privatizzazione della Social Security, e uno dei maggiori sponsor è proprio Perry.

Il dibattito a questo punto si è infuocato, con Perry che tenta di dare voce all’america conservatrice, non necessariamente ai famosi Tea Party la cui candidata di punta è Michelle Bachmann, mentre Romney, candidato “ufficiale” dell’establishment del partito, prova in ogni modo ad attirare il voto degli americani moderati.

Un altro punto a favore di Perry è la sua fede metodista e il fascino che esercita sui “born again“, mentre Romney è un Mormone e pare che un terzo dei repubblicani si rifiuti di votare per un candidato con quella determinata fede religiosa.

Better than Michelangelo

In politica estera, invece, Perry potrebbe essere molto svantaggiato per via della sua scarsissima esperienza nel campo, e per le sue dichiarazioni sull’Afghanistan. Infatti il governatore sostiene che il ritiro delle truppe operato da Obama sia troppo rapido, e questo non può di certo far piacere alla maggioranza degli americani.

La questione anti-federalista, ovvero i continui attacchi da parte di Perry al sistema politico federale americano, potrebbero sembrare un problema alla maggioranza di noi europei, e vedrete presto scoppiare una Perry-fobia ai livelli della paura generata da Reagan, ma vi assicuro che non è assolutamente così.

Negli Stati Uniti lo scontro fra potere federale e potere statale è presente fin dalla creazione stessa della federazione, da quando Jefferson difendeva a spada tratta la priorità del potere statale su quello federale. Però noi Jefferson ce lo ricordiamo come presidente, ovvero come il vero fortificatore del potere federale, che permise così la colonizzazione e il controllo del gigantesco territorio della Louisiana, acquistato sotto il suo primo mandato. Anche Reagan in realtà non fece praticamente nulla contro il potere federale e si limitò a combatterlo a parole, e sono convinto che anche Perry, se mai venisse eletto presidente, non potrebbe fare altrimenti.

Perry è quindi eleggibile, e quasi sicuramente sfiderà Obama nelle elezioni del 2012, e questo potrebbe essere proprio ciò che i democratici vogliono, infatti i sondaggi danno il presidente in carica in vantaggio di 9 punti sul governatore del Texas. Il vantaggio si riduce a soli 5 punti percentuali se contrapponiamo ad Obama, Romney che è il candidato che anche i centristi delusi dalla gestione dell’economia di questi ultimi anni potrebbero votare, dando così un’infilata storica al partito democratico.

La presentazione è ottima

Il fascino suscitato dalla figura di Perry è lampante, e per chi conosce anche solo superficialmente gli americani, è chiaro il suo appeal. Ma il partito repubblicano rischia di fare così la fine del ’64, anno in cui il presidente in carica Lyndon Johnson vinse le elezioni contro un estremista conservatore che vinse le primarie scavalcando l’uomo scelto dal partito, il candidato era Goldwater.

Anche se oggi alcuni vedono nella candidatura di Goldwater le avvisaglie di quella rivoluzione conservatrice che avverrà negli anni ’80 con l’elezione di Reagan, il risultato fu che il partito repubblicano perse delle elezioni piuttosto semplici, contro un avversario che era diventato presidente solo perchè JFK era stato ucciso a Dallas, e che per portare a termine il programma del suo predecessore si attirò gli strali di una ampia porzione della popolazione americana.

Vi lascio con quella che rappresenterebbe la fine politica di Perry in Europa, ma che negli Usa potrebbe addirittura dargli una marcia in più accattivandosi le simpatie degli ultra-conservatori. La difesa del record di esecuzioni capitali in Texas, infatti sotto il suo governatorato si sono contate 234 esecuzioni. Il giornalista di Politico gli chiede se abbia mai faticato a prendere sonno pensando che fra le esecuzioni capitali poteva esserci la condanna di un innocente, e la sua risposta è: “No, sir, I’ve never struggled with that at all”.

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ABC del voto sulla Palestina

Gnik gnik

Il 17 Settembre sarà il 33° anniversario dei famosi accordi di Camp David fra Sadat e Begin, a pochi giorni da questa ricorrenza, il 21 Settembre, Obama terrà un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per convincere i membri a votare contro la membership della Palestina.

Andiamo per gradi. L’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), al momento presente alle Nazioni Unite in veste di Organizzazione non governativa osservatrice, ha dichiarato che farà richiesta di piena ammissione come stato membro al Consiglio di Sicurezza (SC). Per essere ammessi è necessario che 8 membri del SC votino a favore della risoluzione, ma gli Stati Uniti hanno già dichiarato che porranno il veto, il che renderà impossibile il passaggio della risoluzione.

Finita qui? No, perchè a questo punto l’Anp farà richiesta di ammissione alle Nazioni Unite come membro osservatore, il che richiede un voto a maggioranza qualificata, 2/3, dell’Assemblea Generale, senza bisogno di passare attraverso il SC. 129 voti a favore è la cifra richiesta, e fino ad ora la risoluzione pare avere l’appoggio sicuro di 126 membri fra cui Cina, India, Russia, Egitto, Brasile e Spagna. Israele dalla sua parte, oltre agli Stati Uniti e alla ovvia Germania, ha Canada e Italia, a cui si aggiungerà probabilmente la Francia.

Ma cosa comporta questo voto? Se la Palestina dovesse diventare membro, anche solo con lo status di osservatore, avrebbe accesso a tutte le agenzie dell’Onu, compresa la Corte Penale Internazionale, così da poter intentare causa contro Israele. Da notare che non comporterà, come invece molti pensano e dicono, la creazione di uno stato palestinese. Infatti uno stato per essere tale deve avere un popolo che si autodetermini, il controllo del territorio sul quale si stanzia e deve essere indipendente, pertanto il riconoscimento non è elemento costitutivo di uno stato.

I territori palestinesi

Ora la Palestina, se passasse il voto, soddisferebbe solo il requisito del riconoscimento, che come abbiamo visto, non è costitutivo. Infatti la sua popolazione è divisa in varie zone:

Gaza: più di 1 milione di palestinesi vivono qui, sotto il controllo di Hamas, sono isolati dal resto dei territori palestinesi, e la minaccia di conflitti armati e le condizioni precarie in cui vengono mantenuti dagli israeliani non possono fare che radicalizzarli sempre di più e spingerli fra le braccia dell’Egitto.

West Bank: con 2,6 milioni di palestinesi è il maggiore indiziato per la creazione di uno stato palestinese, in realtà il 70% è sotto totale controllo israeliano, e la percentuale andrà aumentando prima di diminuire

Profughi: 5 milioni fra Giordania, Siria, Libano e  territori palestinesi. Non accetteranno mai nessuna proposta che non sia quella della scomparsa di Israele e la possibilità di ritornare nelle loro vecchie abitazioni.

Gerusalemme est: 300.000 palestinesi vivono qui e beneficiano dell’influenza israeliana, vivendo, quasi, come loro. Temono una radicalizzazione dell’Anp se si dovesse creare uno stato palestinese.

Israeliani: 1,3 milioni di palestinesi sono cittadini israeliani e vogliono rimanere tali, non hanno alcuna intenzione di perdere la loro cittadinanza e i loro privilegi, nonostante la discriminazione nei loro confronti sia abbastanza forte.

Perciò questo voto rischia di fare più male che bene alla causa palestinese, poichè metterebbe in risalto le grosse divisioni e contraddizioni che la contraddistinguono, facendo così, ancora una volta, il gioco di Israele. D’altronde è dai tempi della risoluzione 181 dell’Assemblea Generale del 1947 che si tenta di creare uno stato palestinese a tavolino per vie formali, e ogni volta si ha sempre fallito.

Infatti a guidare la storia non sono solo morale, etica e memoria, ma anche e soprattutto geografia, demografia, politica di potenza e denaro. Le Nazioni Unite non hanno assolutissimamente il potere di creazione di stati, che per diritto internazionale e anche nella Carta delle UN, si creano per autodeterminazione dei popoli. Così, nel ’47, Israele era pronto e creò lo stato senza troppi problemi, mentre i palestinesi non ci riuscirono.

La strada da cavalcare è indubbiamente la solita: due stati, confini pre ’67 e Gerusalemme divisa. Inoltre trascinare seriamente gli israeliani ad un tavolo per le trattative sarebbe stato molto facile se gli Stati Uniti, ma soprattutto, l’Europa unita avessero deciso di porre fine all’annosa questione.

Tutto questo poteva essere vostro

Israele dipende economicamente da Europa e Stati Uniti per il 70%, il che posto in prospettiva con l’odierna situazione medio-orientale, sarebbe stato più che sufficiente per costringere israeliani e palestinesi a trovare un’accordo. La realtà è che al momento l’Europa, divisa al suo interno e alle prese con la crisi del debito sovrano, latita e gli unici in grado di prendere in mano la situazione, gli Usa, si trovano anch’essi in una fase di crisi economica e politica.

Il futuro della Palestina è quindi tutto fuorché roseo, infatti Hamas continuerà ad acquistare peso ed importanza nella zona grazie alla possibilità di attuare attacchi a distanza coi razzi che possiedono, trascinare Israele alla Corte Penale Internazionale non farà altro che radicalizzare ancora di più la politica israeliana, già di stampo conservatore, se non reazionario.

Il rischio di un conflitto armato che potrebbe trascinare al suo interno anche Iran e Turchia è da mettere in conto e non sarebbe certo una scampagnata. Addirittura Maen Areikat, ambasciatore Anp negli Stati Uniti, ha proposto la creazione di uno stato palestinese jew-free, ovvero libero da ebrei. La cosa ricorda tremendamente la Germania nazista, e dimostra che in realtà anche l’Anp è spaventata dal voto all’Assemblea Generale, e la tensione porta spesso a dire stupidate.

Tornando alla risoluzione 181 del ’47, questa sosteneva sì la creazione di due stati separati, ma, al tempo stesso, di un’unione economica e monetaria delle due identità, che avrebbe obbligato i governi e i popoli a collaborare fra di loro, e rimane forse ad oggi l’unica soluzione plausibile, ma non per forza ancora perseguibile, al conflitto arabo-israeliano.

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