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Sarà il tempo di Perry?

Il posto di candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 2012 ha un nome quasi certo: Rick Perry. Texano doc, governatore del medesimo stato, spalle larghe e risposta pronta sembra una copia, più sudista, di Ronald Reagan, ma secondo alcuni rischia di fare la fine di Barry Goldwater.

L’impostazione della campagna per le primarie è decisamente solida, infatti oltre ad aver ricevuto un assist importantissimo dal suo principale rivale, Mitt Romney, sulla sanità, fino ad ora è stato in grado di pilotare gli argomenti principali del dibattito nei campi a lui favoriti. Sulla sanità, Romney, ha dichiarato che la riforma sanitaria di Obama, la cosiddetta Obamacare, non può funzionare e così facendo si è tirato la zappa sui piedi, considerando che la riforma obamiana è ispirata in grandissima parte proprio dalla riforma sanitaria operata dal candidato in Massachussetts, ai tempi in cui ne era governatore.

Ovviamente Perry osteggia con vigore Obamacare, e in questo è ovviamente più credibile del suo diretto rivale, che si è trovato in un’altra brutta posizione trovandosi a difendere la Social Security, ovvero il programma di welfare americano, dagli attacchi del texano, che chiama il programma uno “schema Ponzi“. Ultimamente è stata rilanciata un’idea dell’epoca Bush, ovvero la privatizzazione della Social Security, e uno dei maggiori sponsor è proprio Perry.

Il dibattito a questo punto si è infuocato, con Perry che tenta di dare voce all’america conservatrice, non necessariamente ai famosi Tea Party la cui candidata di punta è Michelle Bachmann, mentre Romney, candidato “ufficiale” dell’establishment del partito, prova in ogni modo ad attirare il voto degli americani moderati.

Un altro punto a favore di Perry è la sua fede metodista e il fascino che esercita sui “born again“, mentre Romney è un Mormone e pare che un terzo dei repubblicani si rifiuti di votare per un candidato con quella determinata fede religiosa.

Better than Michelangelo

In politica estera, invece, Perry potrebbe essere molto svantaggiato per via della sua scarsissima esperienza nel campo, e per le sue dichiarazioni sull’Afghanistan. Infatti il governatore sostiene che il ritiro delle truppe operato da Obama sia troppo rapido, e questo non può di certo far piacere alla maggioranza degli americani.

La questione anti-federalista, ovvero i continui attacchi da parte di Perry al sistema politico federale americano, potrebbero sembrare un problema alla maggioranza di noi europei, e vedrete presto scoppiare una Perry-fobia ai livelli della paura generata da Reagan, ma vi assicuro che non è assolutamente così.

Negli Stati Uniti lo scontro fra potere federale e potere statale è presente fin dalla creazione stessa della federazione, da quando Jefferson difendeva a spada tratta la priorità del potere statale su quello federale. Però noi Jefferson ce lo ricordiamo come presidente, ovvero come il vero fortificatore del potere federale, che permise così la colonizzazione e il controllo del gigantesco territorio della Louisiana, acquistato sotto il suo primo mandato. Anche Reagan in realtà non fece praticamente nulla contro il potere federale e si limitò a combatterlo a parole, e sono convinto che anche Perry, se mai venisse eletto presidente, non potrebbe fare altrimenti.

Perry è quindi eleggibile, e quasi sicuramente sfiderà Obama nelle elezioni del 2012, e questo potrebbe essere proprio ciò che i democratici vogliono, infatti i sondaggi danno il presidente in carica in vantaggio di 9 punti sul governatore del Texas. Il vantaggio si riduce a soli 5 punti percentuali se contrapponiamo ad Obama, Romney che è il candidato che anche i centristi delusi dalla gestione dell’economia di questi ultimi anni potrebbero votare, dando così un’infilata storica al partito democratico.

La presentazione è ottima

Il fascino suscitato dalla figura di Perry è lampante, e per chi conosce anche solo superficialmente gli americani, è chiaro il suo appeal. Ma il partito repubblicano rischia di fare così la fine del ’64, anno in cui il presidente in carica Lyndon Johnson vinse le elezioni contro un estremista conservatore che vinse le primarie scavalcando l’uomo scelto dal partito, il candidato era Goldwater.

Anche se oggi alcuni vedono nella candidatura di Goldwater le avvisaglie di quella rivoluzione conservatrice che avverrà negli anni ’80 con l’elezione di Reagan, il risultato fu che il partito repubblicano perse delle elezioni piuttosto semplici, contro un avversario che era diventato presidente solo perchè JFK era stato ucciso a Dallas, e che per portare a termine il programma del suo predecessore si attirò gli strali di una ampia porzione della popolazione americana.

Vi lascio con quella che rappresenterebbe la fine politica di Perry in Europa, ma che negli Usa potrebbe addirittura dargli una marcia in più accattivandosi le simpatie degli ultra-conservatori. La difesa del record di esecuzioni capitali in Texas, infatti sotto il suo governatorato si sono contate 234 esecuzioni. Il giornalista di Politico gli chiede se abbia mai faticato a prendere sonno pensando che fra le esecuzioni capitali poteva esserci la condanna di un innocente, e la sua risposta è: “No, sir, I’ve never struggled with that at all”.

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