ABC del voto sulla Palestina

Gnik gnik

Il 17 Settembre sarà il 33° anniversario dei famosi accordi di Camp David fra Sadat e Begin, a pochi giorni da questa ricorrenza, il 21 Settembre, Obama terrà un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per convincere i membri a votare contro la membership della Palestina.

Andiamo per gradi. L’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), al momento presente alle Nazioni Unite in veste di Organizzazione non governativa osservatrice, ha dichiarato che farà richiesta di piena ammissione come stato membro al Consiglio di Sicurezza (SC). Per essere ammessi è necessario che 8 membri del SC votino a favore della risoluzione, ma gli Stati Uniti hanno già dichiarato che porranno il veto, il che renderà impossibile il passaggio della risoluzione.

Finita qui? No, perchè a questo punto l’Anp farà richiesta di ammissione alle Nazioni Unite come membro osservatore, il che richiede un voto a maggioranza qualificata, 2/3, dell’Assemblea Generale, senza bisogno di passare attraverso il SC. 129 voti a favore è la cifra richiesta, e fino ad ora la risoluzione pare avere l’appoggio sicuro di 126 membri fra cui Cina, India, Russia, Egitto, Brasile e Spagna. Israele dalla sua parte, oltre agli Stati Uniti e alla ovvia Germania, ha Canada e Italia, a cui si aggiungerà probabilmente la Francia.

Ma cosa comporta questo voto? Se la Palestina dovesse diventare membro, anche solo con lo status di osservatore, avrebbe accesso a tutte le agenzie dell’Onu, compresa la Corte Penale Internazionale, così da poter intentare causa contro Israele. Da notare che non comporterà, come invece molti pensano e dicono, la creazione di uno stato palestinese. Infatti uno stato per essere tale deve avere un popolo che si autodetermini, il controllo del territorio sul quale si stanzia e deve essere indipendente, pertanto il riconoscimento non è elemento costitutivo di uno stato.

I territori palestinesi

Ora la Palestina, se passasse il voto, soddisferebbe solo il requisito del riconoscimento, che come abbiamo visto, non è costitutivo. Infatti la sua popolazione è divisa in varie zone:

Gaza: più di 1 milione di palestinesi vivono qui, sotto il controllo di Hamas, sono isolati dal resto dei territori palestinesi, e la minaccia di conflitti armati e le condizioni precarie in cui vengono mantenuti dagli israeliani non possono fare che radicalizzarli sempre di più e spingerli fra le braccia dell’Egitto.

West Bank: con 2,6 milioni di palestinesi è il maggiore indiziato per la creazione di uno stato palestinese, in realtà il 70% è sotto totale controllo israeliano, e la percentuale andrà aumentando prima di diminuire

Profughi: 5 milioni fra Giordania, Siria, Libano e  territori palestinesi. Non accetteranno mai nessuna proposta che non sia quella della scomparsa di Israele e la possibilità di ritornare nelle loro vecchie abitazioni.

Gerusalemme est: 300.000 palestinesi vivono qui e beneficiano dell’influenza israeliana, vivendo, quasi, come loro. Temono una radicalizzazione dell’Anp se si dovesse creare uno stato palestinese.

Israeliani: 1,3 milioni di palestinesi sono cittadini israeliani e vogliono rimanere tali, non hanno alcuna intenzione di perdere la loro cittadinanza e i loro privilegi, nonostante la discriminazione nei loro confronti sia abbastanza forte.

Perciò questo voto rischia di fare più male che bene alla causa palestinese, poichè metterebbe in risalto le grosse divisioni e contraddizioni che la contraddistinguono, facendo così, ancora una volta, il gioco di Israele. D’altronde è dai tempi della risoluzione 181 dell’Assemblea Generale del 1947 che si tenta di creare uno stato palestinese a tavolino per vie formali, e ogni volta si ha sempre fallito.

Infatti a guidare la storia non sono solo morale, etica e memoria, ma anche e soprattutto geografia, demografia, politica di potenza e denaro. Le Nazioni Unite non hanno assolutissimamente il potere di creazione di stati, che per diritto internazionale e anche nella Carta delle UN, si creano per autodeterminazione dei popoli. Così, nel ’47, Israele era pronto e creò lo stato senza troppi problemi, mentre i palestinesi non ci riuscirono.

La strada da cavalcare è indubbiamente la solita: due stati, confini pre ’67 e Gerusalemme divisa. Inoltre trascinare seriamente gli israeliani ad un tavolo per le trattative sarebbe stato molto facile se gli Stati Uniti, ma soprattutto, l’Europa unita avessero deciso di porre fine all’annosa questione.

Tutto questo poteva essere vostro

Israele dipende economicamente da Europa e Stati Uniti per il 70%, il che posto in prospettiva con l’odierna situazione medio-orientale, sarebbe stato più che sufficiente per costringere israeliani e palestinesi a trovare un’accordo. La realtà è che al momento l’Europa, divisa al suo interno e alle prese con la crisi del debito sovrano, latita e gli unici in grado di prendere in mano la situazione, gli Usa, si trovano anch’essi in una fase di crisi economica e politica.

Il futuro della Palestina è quindi tutto fuorché roseo, infatti Hamas continuerà ad acquistare peso ed importanza nella zona grazie alla possibilità di attuare attacchi a distanza coi razzi che possiedono, trascinare Israele alla Corte Penale Internazionale non farà altro che radicalizzare ancora di più la politica israeliana, già di stampo conservatore, se non reazionario.

Il rischio di un conflitto armato che potrebbe trascinare al suo interno anche Iran e Turchia è da mettere in conto e non sarebbe certo una scampagnata. Addirittura Maen Areikat, ambasciatore Anp negli Stati Uniti, ha proposto la creazione di uno stato palestinese jew-free, ovvero libero da ebrei. La cosa ricorda tremendamente la Germania nazista, e dimostra che in realtà anche l’Anp è spaventata dal voto all’Assemblea Generale, e la tensione porta spesso a dire stupidate.

Tornando alla risoluzione 181 del ’47, questa sosteneva sì la creazione di due stati separati, ma, al tempo stesso, di un’unione economica e monetaria delle due identità, che avrebbe obbligato i governi e i popoli a collaborare fra di loro, e rimane forse ad oggi l’unica soluzione plausibile, ma non per forza ancora perseguibile, al conflitto arabo-israeliano.

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